Niagara Falls, 2015

Celeberrime cascate a parte, la cittadina di Niagara Falls è un susseguirsi di casino, catene di ristoranti famosi, luna park coi dinosauri, ruote panoramiche, negozi di souvenir e attrazioni varie ed eventuali, così kitsch e fuori luogo da essere difficilmente descrivibile a parole, nel solco della grande tradizione americana di rendere l’esperienza di fruizione dell’evento soverchiante rispetto all’evento stesso.
Chi ha letto il post precedente sull’argomento già sa perché quando visito luoghi del genere mi viene l’ansia da prestazione, fotograficamente parlando: il terrore del cliché (che poi finisca per cascarci comunque è un altro discorso, ma se cliché dev’essere almeno sia un cliché che mi piace!), dell’effetto-cartolina, etc.
Come posso essere originale, per quanto possibile, in un luogo visitato da milioni di persone, armate di altrettante macchine fotografiche? E che magari hanno più della mezza giornata a disposizione che ho io? Allora ho pensato di provare a concentrarmi sul contorno, sull’esperienza dell’evento, invece di dedicare tutto il mio tempo a provare a fotografare le cascate da ogni angolazione (in realtà ho fatto anche questo, ma resti fra noi: c’è un motivo per cui quello succitato è l’unico panorama delle Niagara Falls che vedrete su questi schermi).
Premesso questo, una volta lì non si può certo fare gli snob: è d’obbligo adeguarsi ai riti locali e buttarsi nella folla, in una parola: fare il turista. Pur sapendo che sarebbe stato quasi impossibile fare una foto decente alle cascate dal basso, fra la nebbia e gli spruzzi d’acqua non pulitissima, ho fatto il biglietto per il barcone diretto alla base delle Horseshoe Falls insieme agli altri millemila turisti, tutti bardati con mantellina fucsia d’ordinanza fornita dall’impeccabile organizzazione.
La scena mi ha affascinato: le file ordinate, la divisa, il gregge di cui faccio parte, un fine e un destino in comune.
Mentre scattavo questa foto, non ho potuto fare a meno di ripensare a questo racconto di Richard Matheson.

 

LEMMINGS
di Richard Matheson
— Ma da dove vengono? — chiese Reordon.
— Da ogni parte — rispose Carmack.
Si trovavano sull’autostrada costiera, e per quanto potessero spingere lo sguardo non vedevano che macchine. Migliaia di macchine incollate parafango contro parafango, sportello contro sportello. Ogni centimetro dell’autostrada ne era coperto.
— Eccone altri — disse Carmack.
I due agenti osservarono la folla che attraversava la spiaggia. Molti parlavano e ridevano, altri erano calmi e composti. Tutti, comunque, si dirigevano alla spiaggia.
Reordon scosse la testa. — Non lo capisco — disse per la centesima volta quella settimana. — Proprio non lo capisco.
Carmack si strinse nelle spalle.
— Non pensarci. Sta succedendo e basta. Che altro importa?
— Ma è folle.
— Guarda, eccoli che vanno.
Sotto gli occhi dei due poliziotti la folla abbandonò la sabbia grigia e cominciò a camminare nell’acqua. Alcuni tentarono di nuotare, ma la maggior parte non poté a causa dei vestiti. Carmack vide una giovane donna cadere fra le onde e sparire sul fondo, trascinata dal peso della pelliccia.
In pochi minuti erano andati tutti. I poliziotti guardarono il punto della spiaggia dove la folla si era immersa.
— Ma quanto durerà? — chiese Reordon.
— Finché sono andati tutti, credo — disse Carmack.
— Perché?
— Non hai mai sentito parlare dei lemming? — domandò Carmack.
— No.
— Sono roditori che vivono nei paesi scandinavi. Continuano a moltiplicarsi finché le fonti di cibo sono esaurite, e allora migrano per il paese distruggendo tutto ciò che trovano sulla loro strada. Non si fermano neppure davanti al mare, ma continuano ad andare. Nuotano finché ne hanno la forza, poi annegano. E sono milioni.
— E credi che qui stia succedendo lo stesso? — fece Reordon.
— Può darsi — rispose Carmack.
— Ma gli uomini non sono lemming! — Nella voce di Reordon c’era una punta di rabbia.
Carmack non rispose.
Rimasero ad aspettare sul ciglio dell’autostrada, ma non si vide nessuno.
— Dov’è la gente? — chiese Reordon.
— Forse quelli erano gli ultimi — osservò Carmack.
— Gli … ultimi?
— Questa storia va avanti da più di una settimana — disse Carmack. — La gente è arrivata da tutte le parti, e non dimenticarti che ci sono anche i laghi.
Reordon rabbrividì. — Tutti andati — disse.
— Non ne sono sicuro — fece Carmack — però finora arrivavano di continuo.
— Oh Dio — disse Reordon.
Carmack prese una sigaretta e l’accese. — Bene — disse. — E ora che facciamo?
Reordon sospirò. — Tocca a noi?
— Vai prima tu — suggerì Carmack. — Io aspetto un poco per vedere se arriva qualcun altro.
— Va bene. — Reordon gli tese la mano: — Addio, Carmack.
— Addio, Reordon.
Carmack continuò a fumare e vide l’amico attraversare la spiaggia grigia, poi entrare nell’oceano e avanzare finché l’acqua gli ebbe coperto la testa. Reordon nuotò per una decina di metri e infine scomparve.
Dopo un po’ Carmack spense la sigaretta e si guardò intorno, quindi scese in mare a sua volta.
Un milione di auto vuote stavano immobili sulla spiaggia.

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